
23 agosto 2009
Sono atterrati ad Addis Abeba alle ore 08.10. Poi, l’avvio al programma stabilito (vedi riferimenti sul sito) In giornata abbiamo inviato un primo sms al Gruppo B composto da Alba, Luisa ed i nostri due coordinatori locali: Togo e Belayneh, chiedendo loro impressioni sul primo impatto con l’Etiopia, quindi con l’Africa, eccole:
23 agosto ’09 ore 21:32, ricevuto il seguente SMS:
Come primo impatto riscontrato un prezzo gonfiato per tutti i servizi di cui abbiamo bisogno..solo perché stranieri!
Fondamentalmente una realtà ancora agli antipodi.. bisogna stare attenti a dove si mette i piedi e sembrerà strano ma fa tanto freddo. Un po’ tutti risentiti per l’organizzazione. Ciao da Luisa e Alba.
Il ‘mondo’ della povertà, della precarietà
momento per momento e delle alluvioni tropicali stagionali che colpiscono città in altitudine (Addis Abeba infatti si trova a 2362 metri s. l. m.), certo creano un po’ di sconforto anche a chi come Alba è già un po’ abituata a queste situazioni.24 agosto 2009
Anche nel messaggio successivo (ore 21.48 del 24-08-09) infatti si colgono difficoltà di spostamento, lentezza che causano rallentamenti alla tabella di marcia. (sms proveniente dal gruppo B)
Stamattina circa 3 ore per il cambio euro/birr, spostamenti vari e spese per la festa con il gruppo di bambini adottati a distanza in Addis Abeba. Muoversi non è facile ed i negozi vendono pochi generi quindi bisogna girarne tanti per trovare il necessario. Nel pomeriggio poi a causa del diluvio la festa l’abbiamo dovuta rimandare a domattina. A nostre spese abbiamo offerto il pranzo ad una madre povera con tre figli. Domani pomeriggio appuntamento in ambasciata (speriamo). Ciao
31 agosto 2009
YERGATA* per tutti da Nazréth d’Etiopia,
in questi giorni l’eccessivo lavoro di coordinazione e monitoraggio progetti e programmi GFS, ci sta impedendo l’invio di comunicazioni circa nuove e successive impressioni da quelle dei primi giorni e questo anche perché non mancando giornalieri contatti con la sede del GFS per un’aiuto in queste suddette attività, non si ha più tempo….ed energie mentali per farlo. L’Africa però, vissuta in questo modo splendidamente estenuante è quanto di meglio si può avere perchè lasci il suo significativo e profondo vissuto segno d’Amore nella propria vita.
Alba e Luisa
* Yergata: parola in amarico, lingua ufficiale etiope che significa Serenità.
1 settembre 2009
Ragazze e ragazzi di Yephorena
Caldo, pioggia e ancora caldo durante la stupenda passeggiata che dai
nostri alloggi ci ha portati a conoscere i ragazzi del villaggio di
Yephorena. Il paesaggio cambia continuamente mentre si sale sulle
colline. La terra rossa impregnata d’acqua, il fiume che scorre
tumultuoso ed infine un inaspettato bosco. Al nostro passaggio i
bambini escono dalle loro capanne e ci salutano regalandoci luminosi
sorrisi. Durante il percorso incontriamo gruppi di donne in marcia una
dietro l’altra con i testa carichi pesantissimi e ci stupiamo di come
non sembrino affatto affaticate, mentre noi sudiamo affannati sotto il
misero peso dei nostri zainetti da turisti. Appena arrivati a destinazione
udiamo subito il suono dei djambe’ e le voci di un coro. Entriamo nel
cancello di lamiera e ci avviamo verso un edificio di terra composto
da una sola stanza arredata di poche panche. Un gruppo di ragazze e
ragazzi ci accoglie con un canto, anche noi cantiamo ma il risultato
e’ decisamente ridicolo in confronto alla loro performance. Prendiamo
posto di fronte a loro e tutti visibilmente imbarazzati cominciamo a
presentarci uno alla volta.
Le ragazze sono più timide e ci regalano solo brevi frasi sussurrate,
nascondendosi, poi, il viso tra le mani o dietro la schiena della loro
vicina. Grazie alla presenza di Paolo e di sua moglie Shitaye, che
traduce tutto quello che viene detto, l’atmosfera si ammorbidisce e a
vicenda iniziamo a porci delle domande e a fare delle riflessioni.
Dal canto nostro cerchiamo di spiegare i motivi che ci hanno spinti ad
intraprendere questa esperienza, decrivendo la vita alienante che si
svolge in occidente dove, pur avendo a a disposizione ogni bene di
consumo, la gente è profondamente infelice e frustrata, al contrario
degli etiopi che, sebbene vivano una vita stretta nella morsa della
povertà, sembrano sereni e contenti di quel poco che posseggono.
A tal proposito uno dei ragazzi del villaggio ci dice che la felicità
non può far parte della vita terrena ma solo di quella eterna. Questa
è la loro speranza.
Quello che emerge dallo scambio di domande ed opinioni con questo
gruppo di giovani è la consapevolezza che l’istruzione è l’unica via
di riscatto. Solo frequentando la scuola e l’università questi ragazzi
avranno la possibilità di migliorare la loro condizione e quella della
società in cui vivono. L’istruzione però da queste parti è un lusso
concesso a pochi.
Fin da piccoli i bambini devono aiutare i loro genitori nel lavoro dei
campi e a pascolare le greggi.
In questo modo resta ben poco tempo da dedicare allo studio, inoltre
la mancanza di corrnte elettrica rende impossibile studiare durante le
ore serali, le uniche che potrebbero essere dedicate
all’apprendimento.
Alla domanda “come trascorrete il vostro tempo libero?” la risposta
unanime è “studiando”.
E pensare che noi studentui italiani viviamo gli anni di scuola come
una costrizione, un peso, un’attività che ci toglie il tempo del
divertimento.
un altro aspetto interessante che emerge da questo confronto è che
oggi, al contrario di quanto si possa immagine, un ragazzi e una
ragazza possono sposarsi scegliendo liberamente il proprio compagno.
il matrimonio non è più soltanto un contratto tra due famiglie che per
ragioni prettamente economiche decidono di stabilire un legame di
parentela, ora due persone che si vogliono posso unirsi. Il consenso
delle famiglie è sempre necessario, ma viene concesso senza
particolari problemi.
Quando poi chiediamo se c’è parità tra uomo e donna, la risposta è
imbarazzante: mentre i ragazzi affermano di si, le ragazze abbassano
gli occhi dietro un velo di silenzio. sarà vero?
I meccanismi sociali di questa regione dell’Etiopia sono
affascinanti, ma talvolta contraddittori e difficili da comprendere
per chi come noi viene ad osservarli con occhi occidentali. Tuttavia
queste poche ore trascorse insieme ai nostri coetanei locali ci hanno
insegnato più di mille libri, ma il bello dell’Africa è che quando si
crede di aver capito come funziona questa parte di mondo, una semplice
frase o un gesto casuale fanno crollare le nostre certezze e allora
rimetti tutto in discussione e ricominci da capo.
Marialaura Di Donna
Un chicco di caffè per ogni goccia di pioggia...
Sono mani sapienti quelle che versano il caffè. Ripetono gesti antichi quando versano la polvere di caffè e il sale nella caffettiera di terracotta che sta cuocendo sul fuoco. E mentre la polvere nera scende nella bocca del vaso la pioggia, fuori, continua a cadere. Stavamo tornando dalla casa di Sisaye, l'insegnante che ci aveva invitato a prendere il caffè nella sua abitazione, un tukul, o 'kogio-bet' (casa circolare), distante circa mezz'ora dalla Salam Bet, la casa che ci ospita, quando la pioggia ci ha sorpreso cadendo così tanto da costringerci a chiedere riparo in un'altra abitazione. Il padrone di casa è un uomo che ha, a detta di Paolo, tra i 20 e 25 anni; inutile chiederlo a lui, perché qui non tengono conto del tempo che scorre. Anche i suoi gesti e i suoi occhi riflettono tempi antichi, una maturità che mi aveva fatto credere che fosse molto più vecchio. Ci fa entrare, aprendo una porta fatta coi pali che copre l'entrata solo fino a metà altezza, per permettere alla luce di entrare. Poca, ma sufficente per distinguere, dalla nostra panca a ridosso della parete, che questa abitazione è, o meglio è stata, più curata di quella di Sisay: se quella aveva la parete di divisione del tokul, che divide in due l'area (dove dormono, mangiano e cucinano e la stalla), realizzata con dei teli di stoffa, questa ha una parete solida; se quella aveva la parete lasciata color terra, questa ha la parete lasciata color terra per un pezzo e poi pitturata di bianco. Ma le stuoie sono più vecchie, il tetto ha dei buchi e tutta l'abitazione trasuda un'eleganza passata. Non vi sono parole, solo il pronto riattizzare il fuoco, il soffiare sulle braci, il preparare il caffè, lasciato poi fare alla moglie, mentre lui va a prendere la legna sotto alla pioggia: si vede il piacere che c'è nell'avere degli ospiti e qualcosa da offrire. Dietro alle gambe della moglie si nasconde una bambina, impaurita dal nostro silenzio e dal nostro biancore. Il caffè è pronto, ci viene servito su un tavolino che l'uomo è uscito a prendere fuori, sotto la pioggia. La donna entra nell'altra parte della casa e ne esce con dei piselli tostati, per poi ritirarsi in un angolo buio: deve allattare. Fuori spiove. Mentre beviamo - a piccoli sorsi! - il caffè salato, masticando quegli ottimi piselli, sono colpito dalla lentezza dei gesti, dall'umiltà di offrire ciò che si ha e dalla dignità che c'è sui loro volti e sulle storie che quei volti hanno da raccontare.
Storie che da noi non ho mai letto. Storie che qui, per una goccia di pioggia, sono offerte insieme al caffè.
RIFLESSIONE SUL
CONCETTO DI SOLIDARIETA’
Per il nostro primo giorno di permanenza a Emdibir, Paolo ha organizzato presso la Salam Bet dove siamo ospitati un incontro di benvenuto con il vescovo della diocesi. Monsignore Musie Ghebreghiorghis si presenta subito in modo affabile, come forse non mi sarei aspettata, tanto che il clima formale che si era creato ad inizio incontro ben presto lascia il posto ad una chiacchierata “tra amici”, accompagnata da orzo tostato ed ottimo caffe’. Il nostro interlocutore e’ disponibile a parlare (in un italiano impeccabile!) di qualsiasi tematica ci interessi, spaziando tra gli argomenti piu’ disparati quali la religione, la politica, le tradizioni locali, l’agricoltura e problemi quali l’hiv e la poverta’ del paese. Particolarmente interessante e’ stata l’interpretazione del volontariato come forma di solidarieta’: a suo avviso infatti anche un’esperienza di breve durata come la nostra ha di certo un grandissimo valore per la gente del posto. Sono rimasta molto colpita da questa riflessione dal momento che piu’ volte mi sono chiesta quale sia effettivamente il vantaggio per le persone del posto di avere per qualche giorno qualcuno che arriva (magari porta anche un po’ di scompiglio!) e poi se ne va...la ricchezza che il volontario porta a casa da un esperienza come quella che stiamo vivendo qui in Etiopia e’ indiscussa...ma chi rimane? Ebbene, secondo Musie qualsiasi esperienza di volontariato puo’ essere intesa come una forma di solidarieta’ che trasmette cultura, educazione e progresso, anche se concentrati in poco tempo. Cio’ che i volontari portano alle persone che incontrano e’ un modo migliore di vivere, un punto di vista nuovo e alterativo. Non avevo mai pensato al mio ruolo di volontaria in questi termini e se da un lato questo mi fa percepire un po’ di piu’ la responsabilita’ legata alla nostra presenza qui, dall’altro mi sento quasi sollevata nell’aver trovato una risposta cosi’ sincera e naturale a quello che a me sembrava un interrogativo quasi sconveniente. Insomma, sono rimasta piacevolmente sorpresa dall’incontro.... e siamo solo al primo giorno..chissa’ quante altre persone interessanti incontreremo nel corso della nostra permanenza qui....bhe’, si sa, il tempo in Africa ha tutto un ritmo tutto suo , quindi aspetto, senza fretta.....




Carissimi amici,
nell’ambito della programmazione 2009, della nostra cooperazione con l’Etiopia,
stiamo tenendo conto di nuove amichevoli collaborazioni: quelle con:
Associazione LumbeLumbe di Roma e Comunità Montana Valsangro di Villa Santa
Maria in provincia di Chieti. Collaborazioni che mirano alla formazione fattiva
di giovani alla Solidarietà verso i più bisognosi del sud del mondo. E’ in atto
infatti, a diretta responsabilità dei suddetti Enti, un particolare Corso in
questo senso. Ecco perché viaggio in Etiopia, programmi ed attività varie GFS
stanno seguendo un particolare organigramma che vorremo cercare di tenere
aggiornato in questa categoria (Etiopia 2009) del nostro Blog, con la diretta
collaborazione dei giovani che stanno seguendo questo particolare corso e che
effettueranno, tra i mesi di agosto e settembre prossimi, un viaggio/stage in
Etiopia.
Un fraterno saluto a tutti: Paolo
Meki 3 settembre 2009

Sveglia alle 7:00…L’aria è un po’ tesa a causa dei vari problemi che abbiamo riscontrato in questi giorni. Verso le 9:00, accompagnati da Padre Giovanni Monti, abbiamo incontrato il direttore del settore educativo del vicariato di cui siamo “ospiti”. Questa persona, nonostante varie ed allettanti opportunità di lavoro ricevute dopo aver studiato in America, è tornato a Meki, nel suo paese, un po’ per sfida, per impegnarsi a dare un’opportunità agli studenti più volenterosi di riuscire a realizzarsi così come lui stesso ha fatto. In base alle statistiche, ci ha spiegato che su 130 iscritti 129 alunni riescono a portare a termine la propria carriera scolastica con successo. Quindi ci ha fatto visitare le varie strutture adibite a laboratori di chimica, fisica, biologia, disegno tecnico, informatica, biblioteca… Tutte aule frequentate da circa 100 studenti che si dividono in gruppi di 3 o 4 persone per attrezzatura per usufruire dei servizi messi a disposizione dallla struttura. In un secondo tempo siamo andati a visitare l’orfanotrofio finanziato da un progetto spagnolo. Qui abbiamo trovato un clima sereno, un’ambiente ordinato, pulito, sano e molto organizzato. C’erano anche una decina di bimbi molto molto piccoli con cui abbiamo potuto giocare. Nel pomeriggio abbiamo visitato gli uffici amministrativi della diocesi, finanziati dalla Caritas austriaca, ed anche qui abbiamo constatato un’ottima organizzazione. Poi ci siamo spostati un po’ anche nelle strutture interne del vicariato: all’asilo e al seminario. Nel visitarli abbiamo deciso di dare una “mano di pittura” alle pareti di due aule dell’asilo e di riparare alcuni giochi rotti nel giardino con le offerte donate dagli impiegati delle poste di Castiglion Messer Marino (CH). In seguito, guidati dal suono di alcuni canti, ci siamo recati in chiesa, dove due suore ed alcuni bambini stavano facendo le prove di canto e ballo per la messa di domenica, a cui spero vivamente di poter partecipare.
Luisa D’Agostino
Passi

Quando vedi che c’è cos’ poca giustizia sociale la domanda che ti poni subito è: “cosa fare?” E’ forse a questo punto che inizia la confusione. I problemi in Etiopia sono molti. L’Africa, poi, è immensa. Il rischio che si corre è quello di lasciarsi andare al senso di impotenza lasciando svanire il fuoco che brucia dentro: quel fuoco che vorrebbe che ogni persona sulla terra vedesse riconosciuti propri diritti umani. Per fortuna Paolo Caneva, missionario laico da 5 anni in Etiopia, nei giorni di permanenza ad Indibir ci ha indicato un sentiero che ci restituisce la nostra possibilità di azione: la giustizia sociale si costruisce avendo coscienza di chi si è, di dove e come si vive. Avendo cura di quel bene immenso che è l’acqua, consumando meno e più attentamente, liberandoci dalle dipendenze quotidiane che il “padrone-televisione” ci impone, vivendo più semplicemente e lentamente. In questi “piccoli” passi c’è tutta la potenza necessaria per camminare accanto a questi popoli, meravigliosi nonostante la difficoltà in cui vivono. E ciò che è davvero importante è che possiamo farlo tutti, nel posto in cui viviamo, ogni giorno.
Fabiola Abbati
Meki. Agosto, 99-3. Meki, Agosto, 115-5: la lunga fila dei respinti.
Questi i risultati dei test di ammissione alle classi terza e quarta della
scuola Lasalle: 99 domande e 3 ammessi, 115 richieste, 5 selezionati. Zwavi: un
piccolo cartello comunica che il giorno dopo verranno aperte le iscrizione alla
prima classe dell’asilo. L’orario segnato è alle 9, ma alle 9 e 15 si chiudono i
cancelli. Forse verrebbe da pensare che le scuole dei missionari, fratelli
cristiani a Meki e suore salesiane a Zwai, abbiano aule piccole, ma non è così:
la scuola di Meki ha in totale, divisi nelle 12 classi del sistema etiopico,
1580 studenti, la classe d’asilo di Zwai ha 60-70 bambini. Alle 9 di sera,
davanti all’asilo c’era chi prendeva posto per essere il primo della fila dopo
una notte passata in coda; 500 le richieste quando hanno chiuso i cancelli.
Studiare in una scuola come quella Lasalle di Meki significa che, dopo
duri sacrifici (si studia dalle 8 alle 5 del pomeriggio, con una pausa pranzo di
un’ora e mezza, dove chi non ha i mezzi non mangia), si sarà ammessi
all’università. Qui in Etiopia le classi sono 12, c’è un esame tra la classe 10a
e l’11a, due anni di preparazione per l’università (11 e 12), poi un esame di
ammissione. Chi lo passa va all’università e la possibilità di scelta della
facoltà dipende dal voto ottenuto: migliore il voto, più ampia la scelta. 135 –
133, 130 – 129: questi i risultati degli esami di ammissione alla classe 11a e
all’università: praticamente la totalità degli studenti. Qui l’università
significa lavoro, significa sicurezza e realizzazione. E’ gratuita, o meglio: si
paga a rate quando si lavorerà, terminati gli studi. Chi non entra al Lasalle o
all’asilo delle salesiane di Zwai andrà in una scuola governativa, dove la
certezza di arrivare all’università non c’è. Ma allora, quei tre ammessi alla
terza, quei 5 ammessi alla quarta, i bambini che entrano nell’asilo? Nel caso
dell’asilo le suore sanno che i bambini che entrano nelle loro scuole verranno
seguiti fino all’università, e vogliono scegliere quelli che più ne hanno
bisogno. Quei 500 che hanno richiesto l’ammissione per i propri figli sono stati
sottoposti ad un’intervista, volta a conoscerne la vita economica e sociale: si
darà precedenza ai più bisognosi. Nel
caso del Lasalle, invece, sono quei ragazzi cui la scuola può permettersi di
pagare interamente la retta; una manciata rispetto ai 1580. Quel 50% circa di
studenti interamente paganti copre le spese anche per quelli che non possono. I
bambini sostenuti a distanza sono circa una ventina, e il direttore, Belayneh,
bussa di porta in porta per trovare dei fondi per avere più studenti, perché
qualcuno non adotti il singolo ragazzo, ma la scuola: la quota mensile andrebbe
a coprire le spese dei salari, dei materiali… Ragionando con un occhio al
presente, uno al futuro e i piedi piantati nella certezza della provvidenza,
stanno costruendo un ostello per 60 ragazze. Se prima c’era diffidenza nei
confronti delle scuole, che toglievano forza lavoro tanto che Suor Elisa,
salesiana, ci raccontava di come all’inizio i bambini dopo la scuola facevano
dei lavoretti per i quali ricevevano dei soldi. La loro presenza a scuola era
motivata dal denaro che portavano in casa. Perché i lavoretti? perché denaro in
cambio di nulla non è educativo. Ma se prima era così ora lunghe file di persone
chiedono una possibilità per i propri figli. La speranza è che le generazioni
che stanno nascendo, andando a sostituire quella al governo, lavoreranno sulla
propria esperienza.
Emanuele Ferrarini
6 settembre 2009
Gruppo A e gruppo B, tutti insieme a Nazareth e Meki
La Missione Etiopia continua, anche se la comunicazione via internet s’è fatta più difficoltosa (infatti attualmente la rete è nuovamente interrotta a Meki, zona in cui stazionano in questi giorni) quindi di tanto in tanto riceviamo sms o ci si sente per qualche minuto telefonicamente la sera ed anche se di tanto in tanto non mancano momenti di ‘salita’ per il Gruppo o per qualcuno di questo (ciò come prova forte e tangibile di un viaggio tutt’altro che turistico, un viaggio che serve a lasciare un segno su ciò che significa lavorare e cooperare alacremente e con Amore per lo sviluppo del sud del mondo). Ecco perché ho preferito stilare queste due righe informative di come sta procedendo adesso questa Esperienza/Missione. Sono riuscito a sentire la voce di quasi tutti in questi giorni: ultimi ieri sera Giuseppe e Mario con il loro solito brio. Dal pomeriggio del 1° settembre, dopo 9 giorni di splendida esperienza nella Diocesi di Indibir con Mons. Musié e l’italiano Paolo Caneva il missionario Laico Fidei Donum che li ha guidati e dopo l’estenuante viaggio che da qui li ha riportati ad Addis Abeba e poi a Nazareth (in totale circa 220 Km ‘Africani’ in un sol giorno), il Gruppo A si è ritrovato con il Gruppo B nella chiassosa cornice di una festa, da quest’ultimo organizzata, con bambini e ragazzi (adottati a distanza GFS). Nella serata del 2 settembre, dopo una giornata di semi-relax in giro per la città di Nazareth, sono giunti a Meki, città posta a 50-60 Km più a sud (lungo la Reeft Valley, famosa deformazione della Crosta Terrestre) e qui, ospiti di Mons Abraham Desta e Padre Giovanni Monti del Vicariato di Meki soggiornano in una struttura gestita da Suore. In questi ultimi giorni, stanno: sia visitando strutture quali Orfanotrofio, scuole di promozione sociale in favore di categorie più deboli, asili e sia contribuendo nel loro piccolo a piccoli interventi di sostegno e recupero. In questo contesto comunque, per quanto riguarda la situazione progetti e programmi GFS, continua il controllo/monitoraggio delle nostre volontarie Alba e Luisa, anche con significativi aiuti degli altri componenti del gruppo, che ci sentiamo in forte dovere di ringraziare con affetto.
Paolo